Roberto rubava per mangiare, ma non ha mai riscosso l’indennizzo dell’assicurazione a lui intestato che gli avrebbe evitato il carcere

Molinari è stato messo in cella, a Marassi, con un detenuto violento ora accusato del suo brutale omicidio. Tutti lo definiscono come una persona mite, incapace di aggredire, ma anche di difendersi. Per un certo periodo aveva vissuto con la trans Ursula nell’ex ghetto ebraico. Lei gli aveva intestato un’assicurazione sulla vita e, quando è morta, lui non ha mai riscosso l’indennizzo e ha continuato a vivere in strada o in una casa occupata abusivamente e a mangiare rubacchiando nei supermercati. Per questo è finito in galera, dove è stato massacrato e ucciso barbaramente

Roberto Molinari, ucciso a bastonate nel carcere di Marassi, aveva abitato un paio di anni nel ghetto, in casa della trans campana Antonio Salvo, da tutti conosciuta come Ursula anche se non aveva mai cambiato legalmente il suo nome pur potendolo fare. Quando Roberto se ne era andato, perché – aveva detto – non era fatto per stare fermo, Ursula, che stava scivolando verso la demenza senile, era stata circondata da personaggi che l’avevano circonvenuta, trasformando il suo basso in una centrale di spaccio e anche vessandola, picchiandola e rubando il suo denaro. Gli abitanti della zona avevano chiesto aiuto per lei alla Polizia locale del centro storico che aveva indagato arrestando un uomo per furto aggravato, circonvenzione di incapace e lesioni e coinvolgendo i Servizi Sociali che avevano ricoverato la trans in una Rsa, dove qualche tempo dopo era morta.

Ursula aveva intestato, anni prima, a Roberto un’assicurazione sulla vita. Lo rivela Rossella Bianchi, scrittrice e presidente dell’associazione Princesa per la tutela delle transgender, fondata da don Andrea Gallo.
«Ursula aveva sottoscritto un’assicurazione sulla vita e l’eventuale beneficiario era proprio Roberto – racconta Bianchi -. Nessuno di noi lo sapeva. Dopo un paio di mesi dalla morte di Ursula mi chiama il suo curatore chiedendomi se sono in grado di metterlo in contatto con Roberto Molinari, perché deve riscuotere l’indennizzo. Ma Roberto è sparito. Riappare dopo mesi e la prima cosa gli spiego è che deve contattare il curatore ma lui o non mi crede o non vuol dare importanza alla cosa. “Ho la bicicletta nuova vedi?!!! Me l’hanno regalata, sai?” Questa è stata la risposta. E se ne è andato. Mai più visto e non pensavo certo che fosse in carcere».
Roberto avrebbe potuto vivere, mangiare senza rubacchiare nei supermercati, senza dormire per strada, senza condividere una casa occupata abusivamente nel civico 8 di via Novella, al Cep, senza finire in carcere dove lo hanno ammazzato brutalmente, probabilmente del sonno, probabilmente solo perché russava. Lo Stato, l’amministrazione penitenziaria, non sono stati in grado di tutelare la sua sicurezza e la sua vita.
Pur potendo contare sul denaro che gli sarebbe toccato legittimamente, aveva continuato, per mangiare, a rubacchiare nei supermercati e a commettere furti di metalli. Così ha messo assieme il cumulo di pene che lo hanno portato nella cella del carcere dove ha trovato una terribile morte. «Una volta – racconta racconta l’attrice Sara Hermanss – abbiamo sentito un forte rumore provenire da uno dei magazzini Amiu. Era lui che tentava di staccare la valvola di una bombola per appropriarsi del metallo e rischiando di saltare in aria e far saltare magazzino ed edificio soprastante».
«Era una persona mite – continua Hermanss -, non avrebbe fatto del male a una mosca. Era molto chiuso, ma non era un violento. Più volte gli abbiamo detto che non poteva e non doveva rubare i cavi di rame e i metalli, ma lui diceva che erano per strada, quindi non erano di nessuno. Non capiva perché non dovesse prenderli. Non sappiamo perché non abbia mai voluto reclamare ciò che gli spettava per vivere tranquillo, almeno per un po’».
Roberto Molinari era finito in carcere per cumulo di pene legate proprio a quei taccheggi nei supermercati e alla sottrazione di metalli: reati contro il patrimonio e non certo colpi milionari. Commessi per sopravvivere e non per arricchirsi. Nonostante questo era stato messo in cella con quello che gli investigatori considerano il suo assassino, il 48enne Luca Gervasio. E ristretto nella sesta sezione di Marassi, quella dei detenuti violenti. Il suo compagno di cella, Gervasio, era stato considerato seminfermo di mente dai periti di un precedente processo e stava in quella sezione perché lì vengono detenuti quelli che hanno commesso aggressioni ai sanitari degli ospedali o delle pubbliche assistenze o resistenza nei confronti di polizia locale o forze di Polizia. Gervasio si era reso responsabile di entrambe le cose. È un violento per sentenza processuale e per perizia legata proprio a uno dei processi ha problemi psichiatrici che in parte sono causa e motore di quella violenza. Eppure a Marassi lo hanno messo in cella con un’uomo inoffensivo, timido, che gli abitanti del ghetto definiscono «semplice e gentile». Nessun pensava che potesse essere finito in carcere.
Il giorno precedente Roberto era finito nell’infermeria della casa circondariale, pieno di botte e di lividi. Aveva detto che se li era procurati cadendo, ma il medico aveva messo nero su bianco che quelle ferite erano incompatibili con una caduta. L’unica ipotesi possibile era che il suo compagno di cella lo avesse picchiato e che lui mentisse per evitare ritorsioni da parte di Gervasio. Eppure non è stato trasferito, ma è stato riportato nella stessa cella, dove qualche ora dopo è stato ammazzato brutalmente.
Anche di questo dovrà prendere atto la commissione del ministero della Giustizia che ha avviato un’inchiesta interna, parallela a quella giudiziaria.
Roberto Molinari era una persona fragile, probabilmente con qualche deficit cognitivo. In un paese civile avrebbe meritato di essere seguito psicologicamente e materialmente. In un paese civile le istituzioni gli avrebbero garantito sostegno per il percorso di riscossione del premio dell’assicurazione a lui intestato. In un paese civile non sarebbe finito in cella con un violento e non sarebbe morto a bastonate solo perché russava.
In copertina: a sinistra Roberto Molinari, a destra Ursula, che aveva intestato a lui il premio della sua assicurazione sulla vita.


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